

107. Resistenza e guerra civile.

Da: n. L. Salvadori, Storia d'Italia e crisi di regime, Il Mulino,
Bologna, 1996.

Il governo Badoglio, scegliendo di fare il doppio gioco fra
tedeschi e alleati, gett il paese nella catastrofe dell'8
settembre, che  distrusse l'esercito, fece dei tedeschi i padroni
dell'Italia non occupata dagli alleati, disgreg definitivamente
lo stato, port alla divisione il paese, rese inevitabile la
guerra civile nel quadro della guerra tra le grandi potenze. E'
necessario tener presente questa situazione di totale disfacimento
politico e ideale, statale e militare, afferma nel seguente passo
lo storico italiano Massimo Luigi Salvadori,  per comprendere la
tragedia psicologica ed etica in cui venne gettata in primo luogo
quella parte della giovent italiana che si trov, in uno stato di
abissale delusione, a dover compiere scelte drammatiche,
estremamente rischiose e ineludibili. Tutti si sentirono vittime
di un tradimento: coloro che aderirono al neofascismo si
considerarono traditi dal re e da Badoglio, che si erano alleati
con i nemici interni ed esterni del fascismo; chi scelse
l'opposizione armata al nazifascismo attribuiva tutte le
responsabilit della catastrofe al fascismo, alla monarchia, alle
gerarchie militari ed alla borghesia. Questo ci aiuta a capire
alcune delle caratteristiche assunte dalla Resistenza: il suo
connotato prevalentemente antifascista, antimonarchico,
anticonservatore e antiborghese; il maggior peso esercitato dai
comunisti, dai socialisti e dal partito d'azione; il rilancio
dell'idea di rivoluzione.


Le modalit del crollo del fascismo nel luglio '43 misero in luce
come il regime fosse stato completamente svuotato dall'andamento
della guerra. Dopo non aver saputo far combattere il paese, il
fascismo non seppe combattere neppure per s; e si disfece in un
tripudio di popolo in cui pareva che nessuno avesse mai dato
consenso al regime. I fascisti, abbandonata d'un colpo la sfera
pubblica che avevano con tanto clamore occupato, cercarono,
pressoch senza eccezione, la via della sopravvivenza individuale.
L'improvviso sfaldamento del fascismo svel inequivocabilmente
come e quanto il suo potere e la sua esistenza avessero poggiato
sul compromesso con i suoi partner.
Crollato il regime, il governo tecnico-istituzionale di Badoglio
sostenuto dal re si preoccup essenzialmente di mantenere l'ordine
interno. Il che fece con determinazione. Ma esso mostr una
completa incapacit nell'affrontare il compito supremo imposto in
quel momento storico al governo: portare il paese fuori da un
conflitto che non era pi in grado di sostenere senza trascinarlo
nella completa rovina.
Tre erano le possibilit che si presentavano. La prima era il
mantenimento effettivo dell'alleanza con i tedeschi; la seconda:
la rapida denuncia dell'alleanza, la fuoruscita dalla guerra, la
mobilitazione dell'antifascismo, il soffocamento delle resistenze
fasciste, l'impiego dell'esercito contro le truppe tedesche
presenti all'interno e la difesa delle frontiere alpine in attesa
di un intervento in forze degli alleati; la terza: il doppio gioco
tra tedeschi e alleati, la rinuncia a raccogliere le forze
militari esistenti, la difesa degli interessi della monarchia al
di sopra sia del fascismo sia dell'antifascismo.
La prima possibilit in concreto si presentava come irrealizzabile
in conseguenza del crollo del fascismo e della pressoch generale
impopolarit del proseguimento a fianco dei tedeschi di una guerra
gi perduta. Mancavano tutti i presupposti spirituali e materiali.
La seconda possibilit venne respinta, poich poggiare sui partiti
antifascisti ricostituiti e fare appello alle masse e all'esercito
in chiave antitedesca e antifascista dopo il luglio del '43 non
corrispondeva n allo stile n ai disegni politici del duca di
Addis Abeba, gi capo dell'esercito durante la guerra fascista e
monarchica. Che per non si trattasse di una possibilit astratta
fu mostrato dai molti e significativi atti di resistenza militare
e non solo militare che, nel momento stesso del crollo
dell'esercito e dello stato, ebbero luogo in Italia e fuori
d'Italia. Gli interessi dell'ordine interno, della monarchia e
dei suoi uomini presi dalla paura al tempo stesso dei tedeschi e
degli alleati, delle masse e dell'antifascismo indussero il
governo Badoglio a giocare d'astuzia con gli uni e con gli altri.
In questo modo, esso gett il paese nella catastrofe dell'8
settembre, che distrusse l'esercito, fece dei tedeschi i padroni
dell'Italia non occupata dagli alleati, disgreg definitivamente
lo stato, port alla divisione del paese, rese inevitabile la
guerra civile nel quadro della guerra tra le grandi potenze.
L'Italia ebbe cos due Stati: con un governo repubblicano
neofascista al Nord guidato da Mussolini sotto la protezione dei
nazisti; e con un governo monarchico al Sud guidato da Badoglio e
sotto la protezione degli alleati. Da una parte il fondatore di un
fascismo giunto al fallimento; dall'altra il re e il massimo capo
dell'esercito gi monarchico-fascista: tutti alla ricerca della
propria sopravvivenza dopo essere stati i maggiori responsabili
della catastrofe del paese.
Tener presente l'insieme di questo quadro, nei suoi aspetti non
solo politici ma anche umani,  indispensabile per capire la
tragedia psicologica ed etica in cui venne gettata in primo luogo
quella parte della giovent italiana che si trov, in uno stato di
abissale delusione, a dover compiere scelte drammatiche,
estremamente rischiose e ineludibili, a decidere che fare di s e
della propria vita in un momento di totale disfacimento politico e
ideale, statale e militare.
Fra i giovani che si sentirono indotti a reagire una parte ader
al neofascismo, un'altra si diede alla macchia e alla resistenza
al nazifascismo. Mai nella storia nazionale, pur cos segnata dai
contrasti, le antitesi all'interno della societ italiana furono
tanto drastiche, permeate dall'odio e affidate nella loro
espressione alla violenza delle armi. La psicologia dominante in
entrambi i campi fu quella del tradimento. I giovani neofascisti
si considerarono traditi dal re e da Badoglio, che si erano
alleati con i nemici interni del fascismo (in primo luogo i
comunisti) e con le potenze contro cui fino a ieri aveva
combattuto l'Italia, dai gerarchi che il 25 luglio avevano aperto
la strada alla distruzione del regime e dai fascisti che avevano
assistito a quest'ultima senza reagire. Scoppi l'avversione verso
i fascisti delle generazioni pi vecchie che avevano peccato di
debolezza e fatto compromessi. Quindi un'ansia di riscossa del
fascismo fattosi repubblicano e rimasto fedele all'alleanza con i
tedeschi. Ma a fianco di coloro che lottavano per il loro ideale,
vi erano soldati di ventura, cinici avventurieri, professionisti
della repressione che vivevano alla giornata appagati da
un'esistenza precaria di violenza in un mondo che crollava. E,
quando tutte le illusioni e le energie andarono consumandosi, il
fascismo repubblicano fu segnato per un verso da un senso di sfida
disperata con la sorte e con la morte, per l'altro dal tentativo
di salvare se stesso: tentativo compiuto in extremis in primo
luogo da quel Mussolini, idoleggiato da numerosi seguaci sino alla
fine, che abbandon i suoi travestito da tedesco: ripetendo in
maniera sfortunata nell'aprile del '45 la fortunata ma altrettanto
vergognosa fuga del re e di Badoglio nel settembre del '43.
Era quello di una parte dei neofascisti un idealismo umanamente
rispettabile, ma storicamente e politicamente torbido, intimamente
inquinato dal fatto che, se mai fosse stato premiato nei suoi
obiettivi pratici dalla vittoria tedesca, esso avrebbe avuto come
esito non solo la nazificazione dell'Europa, il trionfo del
razzismo criminale, il ristabilimento della dittatura in Italia,
ma la riduzione di quest'ultima a protettorato germanico. Si
trattava, perci, di un idealismo del tutto irrazionale, poich,
mentre era animato dal desiderio di veder rinascere la nazione, in
effetti adottava mezzi e perseguiva scopi che conducevano
unicamente alla sua definitiva rovina.
I giovani e i meno giovani che si diedero alla Resistenza si
sentirono anch'essi nella maggioranza traditi e da pi parti.
Salirono sui monti avendo alle spalle il crollo del fascismo, la
guerra da esso perduta, la tragedia dell'8 settembre - in cui si
rispecchiavano intere le responsabilit, oltre che del fascismo,
della monarchia, delle gerarchie militari, della borghesia -, la
fuga a Brindisi, la svendita del paese al nazismo ad opera del
fantasma redivivo di quello stesso fascismo che gi l'aveva
portato alla catastrofe ed era deciso a portarlo ad un'altra
ancora maggiore. Questo spiega il fatto che la Resistenza acquist
maggioritariamente un connotato insieme antifascista,
antimonarchico, anticonservatore e antiborghese e solo assai
minoritariamente monarchico-militare o moderato; che i nuclei pi
forti furono costituiti dai comunisti, dagli azionisti e dai
socialisti, seguiti assai a distanza dai gruppi cattolici (nelle
cui file vi erano elementi a loro volta ispirati da progetti di
profondo e persino radicale cambiamento), dai liberali e dai
monarchici.
La Resistenza rilanci nella storia d'Italia l'idea di rivoluzione
rimasta archiviata nelle ideologie dell'antifascismo sconfitto
all'interno della sinistra e dell'azionismo. Sinistra marxista e
azionismo condividevano la convinzione che una Italia nuova
potesse sorgere unicamente repubblicana e anticonservatrice,
spazzando via le condizioni che avevano reso possibile il connubio
tra borghesia e fascismo. In ci sinistra e azionismo, le due
forze pi dinamiche e risolute della Resistenza, risultavano
convergenti, tanto pi che nell'azionismo vi era una importante
componente di ideali socialisti.
Tuttavia, nell'intendere la futura rivoluzione italiana, le
divisioni erano gi allora profonde e non conciliabili. I
comunisti la concepivano, nei fondamenti dottrinari e nei fini,
come collettivistico-statalistica secondo i canoni del loro
marxismo di matrice sovietica, articolazione del fronte
internazionale guidato da Stalin, capitolo da scriversi entro gli
schemi dettati dagli interessi prioritari dell'Unione Sovietica e
quindi anche adattandone il corso ai compromessi temporanei che
questi ultimi comportavano in Italia. Essi identificavano la
democrazia sostanziale con un potere popolare e classista da essi
interpretato, da ricondursi da ultimo alla dittatura di partito.
Sicch, mentre lottavano per la riconquista della democrazia
parlamentare e pluralistica, la consideravano come un tappa
provvisoria nello scenario della transizione dal capitalismo al
socialismo, vale a dire quale democrazia borghese. Sulle loro
posizioni i comunisti videro convergere sempre pi anche la
maggioranza dei socialisti.
Il partito d'Azione, sorto nel 1942 dalla matrice di Giustizia e
Libert di Rosselli, era l'unico partito nuovo prodotto dalla
lotta al fascismo. Come il primo partito d'Azione, quello di
Mazzini, era sorto per il compito dell'unit italiana, cos il
secondo era nato dall'antifascismo con lo scopo di abbattere il
regime fascista e restituire l'Italia alla libert costruendo
quella democrazia repubblicana che essa non aveva mai avuto. Per
questo la sua parola d'ordine fu la rivoluzione democratica:
diretta contro il fascismo, la monarchia, il capitalismo protetto
e monopolistico, i rapporti agrari premoderni. Mentre si poneva a
fianco della sinistra marxista per i suoi intenti
anticonservatori, si differenziava da essa perch credeva nei
valori permanenti della democrazia politica e guardava non gi ad
un internazionalismo dominato dai sovietici ma alla federazione
dell'Europa. Nel partito convivevano una tendenza pi moderata
ideologicamente egemonica e una pi radicale di orientamenti
socialisti (sicch dal suo crollo elettorale nel 1946 deriv una
diaspora che port alcuni nelle file del riformismo laico e altri
in quelle del socialismo e del comunismo).
La Resistenza si divise dunque in correnti maggioritarie
dall'anima radicale (la sinistra e gli azionisti), correnti
minoritarie dall'anima moderata (i cattolici) e correnti
conservatrici (liberali e militar-monarchici) ispirate al
proposito di ritornare sostanzialmente al regime prefascista. La
Resistenza costitu una forza combattente unitaria nei confronti
dei nazifascisti; ma la sua gestione tanto militare quanto
politica rispecchi fin dall'inizio le divisioni tra i partiti e
le ideologie. Cos che si ebbero le Brigate Garibaldi dei
comunisti, le Brigate Matteotti dei socialisti, le formazioni
Giustizia e Libert degli azionisti, le formazioni cattoliche,
gli Azzurri militar-monarchici, gli autonomi moderati, talvolta
apartitici. La gestione unitaria venne assicurata dai Comitati di
liberazione nazionali, espressione locale dei partiti, e dal
Comitato di liberazione nazionale Alta Italia, loro organo
superiore, collegato con il governo del Sud.
I riferimenti internazionali delle varie forze della Resistenza
furono quanto mai significativi. Tutte parlavano di stato
nazionale e si prefiggevano la restaurazione della sua unit e
sovranit. Ma, nei modi di intenderle, le divisioni e le
contrapposizioni erano nette. Il grosso della sinistra guardava
alle vittorie militari sovietiche come alla premessa di un nuovo
ordine europeo e mondiale, avendo nell'URSS di Stalin il proprio
punto di riferimento. I monarchici avevano il loro prevalente
ancoraggio nella Gran Bretagna e in Churchill. I cattolici
poggiavano sulla Chiesa, si dividevano tra repubblicani e
monarchici, puntavano sul sostegno degli alleati occidentali per
contenere nel presente e nel futuro le sinistre filosovietiche. Il
solo partito che non si poneva quale proiezione interna delle
grandi potenze esterne era il partito d'Azione, che anche da ci
risult gravemente indebolito, presentandosi sotto questo profilo
quale vero e proprio vaso di coccio tra vasi di ferro.
I partiti antifascisti formalmente ricostituiti, operanti
legalmente nella parte liberata del paese e clandestinamente in
quella occupata dai nazifascisti, mostravano il volto della
concordia contro il nemico fascista e il volto di contrasti
molteplici e profondissimi in relazione al destino futuro del
paese. I valori e gli scopi si presentavano quindi diversi e in
parte acutamente contrapposti. Sicch l'unit della Resistenza al
nazifascismo conteneva in s i germi della propria dissoluzione
nel periodo prossimo della ricostruzione dello stato e del suo
sistema politico. La guerra ideologica continuava e si
alimentava di nuove radici. L'unit antifascista sarebbe
sopravvissuta, via via pi scossa e incrinata dopo la fine del
conflitto mondiale, come residualit per un biennio, trovando una
pur difficile espressione nelle coalizioni di governo e
nell'elaborazione della Costituzione; poi avrebbe ceduto, nel 1947-
'48, ad una rinnovata dominante contrapposizione frontale.
Il motivo per cui la sinistra rappresent la forza maggiore
all'interno del fronte di Resistenza fu che il crollo del regime
fondato sul connubio tra fascismo, capitalismo e monarchia ebbe
come effetto di rilanciare nel periodo della guerra civile del
1943-'45 l'antistatalismo e l'anticapitalismo tradizionale di
massa, e spinse cos in prima fila il partigianato, rosso, dando
poi una base massiccia alla sinistra nel dopoguerra.
La guerra civile, la Resistenza, la spaccatura dell'Italia in due
stati nemici lasciarono in eredit non soltanto il solco che
tragicamente oppose fascismo repubblicano ad antifascismo, non
soltanto le divisioni interne gi acutamente delineatesi tra i
partiti antifascisti, ma altres una divaricazione territoriale
molto forte tra il Nord e il Centro coinvolti nella lotta per la
liberazione dal nazifascismo e da essa profondamente segnati e un
Sud che quella lotta aveva conosciuto solo in parte e in quella
parte per un periodo breve e in maniera assai meno intensa. Si
tratt di una divaricazione che trov piena espressione nei
risultati sia delle elezioni politiche sia del referendum
istituzionale nel giugno del 1946, allorch il Mezzogiorno e le
isole votarono maggioritariamente a favore della DC, della destra
e della monarchia.
